Milan-Inter: 5 derby impossibili da dimenticare

15 Marzo 2019  |  Alessandro La Corte

D’accordo, non staranno passando gli anni migliori della storia, ma Milan-Inter è sempre IL derby. Facciamo un tuffo nel passato e ripercorriamo insieme cinque derby indimenticabili. In attesa di domenica sera…

Milan l’è un gran Milan. Detta così, sembra la frase tipica dello sciur in vacanza sulla spiaggia della Versilia. Irritante, quasi fastidioso ai più, ma attenzione. Colleghiamo l’espressione al mondo che ci è più familiare, quello calcistico.

La musica cambia: da espressione da tipico bauscia (spoiler: visto l’argomento, nell’articolo useremo diversi termini in dialetto meneghino) si passa a una vera e propria celebrazione di una città che VIVE per il calcio. Non solo: è una celebrazione più che giustificata, perchè dove la trovi un’altra metropoli con due squadre così cariche di gloria, trofei, coppe e scudi vari?

L’ha detto anche recentemente Sinisa Mihajlovic, che di derby se ne intende (li ha giocati o allenati in ogni città italiana, ndr): “Il derby Milan-Inter è la nobiltà del calcio.” Tradotto: in altre piazze magari l’atmosfera è più calda, ma quando la Scala del calcio dà il suo meglio non cè n’è. Battaglie di campioni, lotte tra Palloni d’Oro, maglie storiche, è come vedere un duello tra quarti di nobiltà del football mondiale. Impagabile.

Domenica sera non sarà così. Invischiate in faccende societarie tortuose (il Milan sembra essercene quasi uscito, l’Inter ha una proprietà solida ma con meno chiarezza nel suo organigramma aziendale), le due società milanesi daranno vita a una sfida più rusticana. Entrambe alla ricerca di un quarto posto che, in confronto alla loro storia, suona nettamente in tono minore. Ma tant’è. San Siro, non ne dubitiamo, sarà stracolmo di passione come sempre.

In attesa che Milan-Inter ritorni a essere quello che è sempre stato, facciamo un tuffo nel passato e scopriamo cinque derby davvero indimenticabili. Pronti a farvi prendere da un po’ di nostalgia?

24/4/1988: il trionfo di Arrigo

Tira un’aria grama in casa Inter, non basta neanche il clima semi estivo a rasserenare i volti dei ragazzi del Trap. Il Milan è forte. Molto forte. E c’è di più: dopo un decennio di tortuosità varie in seguito allo scudetto della stella, i rossoneri riassaporano l’ebbrezza della vetta. In piena bagarre scudetto con il Napoli di Maradona, i rossoneri sono un’armata composta da fuoriclasse in serie, capace anche di fregarsene dell’infortunio di Van Basten a inizio stagione.

Il vero jolly è in panchina. Arrigo Sacchi ha preso la squadra a inizio stagione e ha passato due mesi a far digerire una metodologia di lavoro mai vista. Ancelotti, in ritiro, non riesce a salire le scale di Milanello a causa dei carichi di lavoro. Sacchi ha superato diffidenze e malumori vari, ma in primavera la squadra sta volando. Trascinati da un Gullit versione marziano, i rossoneri sembrano imbattibili.

Al contrario, l’Inter del Trap dà l’idea di un pugile con gli anni migliori di carriera ormai alle spalle. Un declinante Passerella guida la difesa insieme allo Zio Bergomi. Zenga mostra tutta la sua verve da Curva Nord tra i pali, Vincenzino Scifo giostra a centrocampo, Spillo Altobelli in attacco. Poco, troppo poco.

Il Milan è senza pietà, spinto anche dalle voci che arrivano da Verona, dove il Napoli impatta con i gialloblu. L’Inter fatica a superare la metà campo, sovrastata da un gioco che in Italia non si era mai visto. Alla fine si conteranno 25 tiri in porta a 2 per i rossoneri. Gullit fa saltare il tappo dello spumante a fine primo tempo, con una sassata che Zenga riesce a malapena a vedere.

Pietro Paolo Virdis chiuderà i giochi nel secondo tempo, sfruttando un rimpallo con un inguardabile Passerella. I rossoneri non si guarderanno più indietro, volando verso il primo scudetto dell’era Berlusconi. Per l’Inter è un pomeriggio triste, Zenga a fine partita dovrà chiedere scusa ai tifosi inviperiti.

22/3/1998: Ronaldo show

Stati d’animo diversi dieci anni dopo. Il Milan è in pieno marasma tecnico, il ritorno di Fabio Capello in panchina non ha portato nulla se non ulteriore caos all’interno dello spogliatoio rossonero, dove si aggirano personaggi misteriosi come Cardone o Ziege. Della difesa degli Invincibili è in campo solo Maldini, ultimo baluardo di una squadra arrivata chiaramente a fine ciclo.

L’altra sponda del Naviglio, invece, gongola. Nell’estate precedente è sbarcato alla Pinetina un brasiliano con i dentoni da coniglio, uno strano incrocio tra Carl Lewis e Garrincha. Un extraterrestre, un Fenomeno.  Ronaldo ha preso di peso una squadra normale, con giocatori bravi ma non eccezionali, e l’ha catapultata in vetta. I tifosi nerazzurri si aggrappano a lui.

Non c’è storia in questo Milan-Inter. Il centrocampo rossonero si fa regolarmente sovrastare, Gigi Simoni in panchina suona la carica. Diego Simeone è dappertutto. Lo chiamano El Cholo, il meticcio, a causa della sua pelle, ma da questa partita sarà il Milan a uscire con il viso rosso.

El Cholo buca Sebastiano Rossi su un angolo innocuo di fine tempo. Il Milan non c’è più, nel secondo tempo l’imprendibile Ronaldo colpisce su assist di Checco Moriero. Simeone, in una notte magica, chiuderà il conto con un coast to coast entrato direttamente nella storia nerazzurra. Capello, sconcertato, farà definitivamente le valigie a fine stagione, per accasarsi alla Roma. L’Inter, invece, si infrangerà sullo scoglio Ceccarini e si farà beffare dalla Juve in una delle lotte scudetto più avvelenate della storia del campionato.

21/10/2001: la notte di Nosferatu

Ho questo vizio: sono sempre desiderato, difficilmente vengo cacciato. Con il Milan ho due anni di contratto ma sono convinto che tra due mesi Braida ed il presidente Galliani verranno da me non per mandarmi via ma con nuove proposte.” Fatih Terim è un uomo sicuro di sè, questo è certo. Lo chiamano l’Imperatore, ed è sbarcato a Milano trascinato una stagione indimenticabile a Firenze. Insieme a lui Pippo Inzaghi e Rui Costa, per un Berlusconi che ha riaperto sensibilmente il portafoglio. Insomma, con questo attacco (Sheva è già in rossonero da due anni) ghe n’è minga, non c’è n’è.

O forse no? Il Milan stenta, complice un Rui Costa che si rompe il braccio alla prima giornata. Terim ostenta sicurezza, ma arriva al derby con nuvoloni neri sopra la testa. E l’Inter? Archiviata la nefasta stagione precedente, culminata col vergognoso 0-6 del derby, sulla panchina nerazzurra è arrivato Hector Cuper. L’hombre vertical sta facendo girare la squadra a mille, nonostante Vieri e Ronaldo out per infortunio. Insomma, i nerazzurri partono baldanzosi. E ne hanno ragione.

Dopo una decina di minuti, infatti, i ragazzi della Nord stanno già esultando. Nicola Ventola si è infilato tra le maglie della difesa e ha colpito. Il Milan sbanda, Terim guarda perplesso in panchina. 1-0 all’intervallo. L’Imperatore mischia le carte negli spogliatoi e butta dentro il romeno Cosmin Contra, buoni piedi e carattere focoso. Lo chiamano Nosferatu e, da quella sera, sarà uno degli incubi di ogni nerazzurro.

In 10 minuti, infatti, Milan-Inter deraglia su un binario totalmente imprevisto. Cosmin è quello che aziona la leva dello scambio. Dopo il pareggio di Shevchenko, si prende la scena e in due minuti spara un missile sotto l’incrocio e pennella l’assist per Inzaghi. Inter KO, ancora Sheva infierisce, prima del gol di Kallon, buono solo per le statistiche. Game, set and match.

Terim, nonostante tutto, durerà poco, tradito da un rigoraccio di Inzaghi a Torino e da uno stile, diciamo così, non concorde alle attese del presidente (pare che si presenti a Berlusconi in infradito e stuzzicadenti in bocca). Andrà un po’ meglio a Cuper, che però vedrà scappare come sabbia dalle mani uno scudetto già vinto nell’incredibile pomeriggio del 5 maggio.

E Contra? Cosmin, dopo un paio di stagioni anonime, in cui si segnalerà per una furiosa rissa con Davids, emigrerà in Spagna, rimandendo però nel cuore di ogni rossonero.

11/3/2007: Ronie, Ibracadabra e El Jardinero

Fischietti. Fuori da San Siro è pieno di fischietti. Ogni spettatore con la sciarpa nerazzurra ne ha uno, il rumore è insopportabile. La Curva Nord è in ebollizione, si prepara a dare il bentornato a uno dei suoi (ex) beniamini, che, dopo qualche anno a Madrid, è tornato a Milano e ha saltato la sponda del Naviglio.

Non è più lo stesso Ronaldo di 9 anni prima. Appesantito, con le ginocchia già squassate da infortuni terribili. Dell’extraterrestre rimangono solo i piedi e il senso del gol, che quello manco a 70 anni se ne va via. Ma è sempre Ronaldo, il Fenomeno.

Non è neanche un Milan-Inter normale. Calciopoli ha appena terremotato il pianeta Serie A, la Juventus non c’è. L’Inter, grazie a penalizzazioni e diaspora di campioni juventina, Ibra in primis, ha un vantaggio colossale in classifica. Eppure, in pieno stile bauscia, è in subbuglio: la banda Mancini si è appena fatta cacciare dalla Champions e il tecnico jesino cerca risposte.

Al contrario, il Milan è tranquillo: aggrappato spasmodicamente a un Kakà incredibile, Ancelotti ha tranquillizzato la squadra, che sa che sta andando verso la fine del suo meraviglioso ciclo. Gli ha promesso che, se si fidano di lui, arriveranno in fondo in Champions.

Il primo tempo è inguardabile, le squadre trotterellano in campo in attesa di qualcosa. Qualcosa che accade a cinque minuti dalla fine. Ronaldo ha toccato tre palloni in tutto il primo tempo, ma è bastato per far venire giù tutto il Meazza con una selva di fischi. Il quarto pallone è quello buono. Il brasiliano sorprende il connazionale Julio Cesar con un colpo da biliardo di sinistro. Sconcerto. Il Fenomeno porta le mani alle orecchie. Fa male.

L’Inter accusa il colpo e non si riprende neanche nell’intervallo. A metà ripresa Mancini, disperato, butta dentro Julio Cruz, detto El Jardinero, il giardiniere. Dopo 17 secondi ha già segnato. Per il Milan è l’inizio della fine, ancora Cruz pianta un altro chiodo nella bara con l’assist per Ibrahimovic, che punisce ancora il Diavolo come all’andata. Nerazzurri feriti ma in festa al fischio finale, rossoneri KO, a Ronaldo rimane in mano un’istantanea che entra nella storia, con le mani sulle orecchie e il sorriso coi dentoni, quello si, uguale a quello di 9 anni prima.

14/11/2010: sulle spalle di Zlatan

Aria di ritorno anche tre anni dopo. Ibra ha mollato l’Inter, che è volata verso il Triplete, e si è esiliato a Barcellona, alle prese con la filosofia di Guardiola, che non gli è andata esattamente a genio. Galliani ha fiutato l’affare e, a fine agosto, il gioco è fatto. Zlatan è rossonero.

Anche se non si arriva ai livelli di Ronaldo, gli interisti non sono esattamente contenti di vedere lo svedese in rossonero. E hanno una voglia matta di scaricare la loro rabbia nel derby. Materazzi in particolare, dato che con Ibra non si è mai andati fuori a cena insieme nemmeno negli anni interisti.

Il Milan di Allegri, dopo un inizio balbettante, ha fatto quello che fanno tutti con l’Ibrahimovic di quegli anni in rosa. Si è fatto prendere sulle spalle dal campione, che lo sta letteralmente trascinando in vetta al campionato. Il derby è la prova del nove.

A Ibra bastano tre minuti. Palla in profondità, lo svedese fiuta l’irruenza di Materazzi e si fa tamponare in area. Rigore, gol e esultanza sotto la Nord. Tutto come da copione. L’Inter non ci sta, ma, a differenza di tre anni prima, non ce la fa. Il Triplete ha svuotato definitivamente un gruppo che si è messo gli anni migliori alle spalle.

Ma a Ibra non basta. Nella ripresa, su una palla morta a centrocampo, abbatte Materazzi con una mossa di taekwondo mascherata da tackle. Il difensore interista esce in barella sotto i fischi della Sud, il Milan porta a casa tre punti, primato cittadino e spicca il volo verso quello che è – attualmente – il suo ultimo scudetto.

Next stop: domenica sera. Buon derby a tutti.

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