Prima volta a mosca: fly fishing for dummies, un manifesto

8 Luglio 2019  |  Fabrizio Proserpio

Facile la pesca a mosca? Lo dite voi! Ecco un racconto semiserio della prima uscita a mosca di un carpista. Prima regola: non cadere!

La prima cosa da dire è che non sono un moschista. Ho praticato tutte le tecniche di pesca e da qualche anno faccio carp fishing. Sì, quindi definitemi carpista.

La seconda cosa da precisare è che vengo da un periodo di stress fotonico, in cui, a causa di impegni più pressanti sul lavoro – e il merito è anche tuo che segui SportIT.com con tanto affetto! – ho messo in secondo piano canne e mulinelli per concentrarmi su altri obiettivi. Sì, quindi definitemi stressato cronico.

La terza cosa da dire è che, ora che sto scrivendo questo pezzo dopo una giornata intera sul fiume, ho tutto il corpo, e quando dico tutto intendo anche il midollo, che mi fa male. Sì, quindi definitemi pure mezza calzetta.

Fatte queste premesse, nelle prossime righe leggerai il resoconto della mia prima uscita di pesca a mosca. Una giornata indimenticabile per tanti aspetti.

E se mi chiedi: “Ma lo rifaresti?!”. Dico: “Assolutamente sì”. Ma solo se ne parliamo tra due 2 settimane almeno.

Partenza inaspettata

Quando uno pensa al fly fishing, al di là del fiume, della coda di topo, e di quei lanci così particolari – ma tanto fighi in slo-mo su YouTube – sicuramente pensa alle levatacce.

Forse sono i video degli yankee che si svegliano nel lodge per anticipare gli orsi, o forse è perché siamo abituati a pensare alla mosca come a una roba da “vecchi”, che non dormono la notte quindi si alzano presto, fatto sta che anche io pensavo che per pescare a mosca ci si dovesse alzare alle 5.

Ma Simone mi dice: “Passo verso le dieci, dieci e mezza”. Io penso che non è tardi ma non glielo dico per non offenderlo. Credo che lui capisca che sto pensando qualcosa.

Andiamo su con calma, ci spariamo un panino, poi su i waders e peschiamo tutto il giorno e facciamo il coup de soir”.

Speriamo di avere anche un coup de cùl, penso io.

I waders sono fighissimi in acqua ma… vi siete mai visti camminare per strada con addosso la salopette?!

Carnevale in montagna

Oh, ma li hai mai indossati un paio di waders?! Te lo chiedo perché io sono rimasto shockato.

Pensi ai cataloghi Simms, Vision, Patagonia, e ti senti un ganzo. Non vedi l’ora di comprarti un waders e andare a far la sfilata lungo il fiume.

Però: ti sei mai guardato in una vetrina mentre cammini lungo la strada? Se sì, hai pensato la stessa cosa che ho pensato io: facciamo ridere.

Simone parcheggia nel suo posticino, che però è lontano dal fiume. Ci cambieremo on the bank, penso io. “Tanto la roba mica ce la fregano lungo un torrente”.

Sì, come no: Simone apre il bagagliaio, mette giù un tappetino, si cala le braghe e comincia a mettersi i waders.

Ah, qui?!”.

E dove, sennò?”.

Mi metto il cuore in pace e ragiono subito positivo: i miei waders Ikon Vision sono il top del top.

Mi sento trendyssimo, fino a quella vetrina. Anzi, fino alle facce della gente in macchina che ci guarda mentre viene su dalla corsia opposta.

Mi guardano e mi guardo: sembro il Gabibbo, ho le movenze di un Barbapapà, e con i Tossu chiodati ai piedi sembro Frankenstein.

Simone se ne sbatte e scende velocemente la strada che porta al fiume con la sua camminata gaggia.

Io in meno di un’ora ho già smontato due luoghi comuni.

Oltre alla levataccia alle 10.30, scopro che, fuori da un fiume, con su i waders sembriamo pagliacci del Carnevale.

Ci mancano solo i coriandoli.

Bergamaska. United States of Italy.

Alaska? No, Bergamo

Altra cosa che tutti pensano che è che per respirare la vera pesca a mosca si debba andare in Alaska, in British Columbia, in Islanda, in Mongolia. Lì sì che c’è la vera natura!

Ebbene, io ora sono in Val Brembana, provincia di Bergamo, mi guardo intorno e penso che manchino solo gli orsi. E, ovviamente, le steel head e i salmoni.

E dico un cosa molto semplice: noi non ci rendiamo conto di che paesaggi fantastici abbiamo intorno.

Che sono lì, a un’ora da Milano (ma potrebbe essere anche Torino, Roma, o Reggio Calabria), a portata di sbattimenti molto poco consistenti.

A corredo di questo testo ho allegato delle foto: come vi sembrano questi paesaggi? E va bene, non sarà l’Alaska di Into the Wild, ma un posto così lo schifate?

Imparo quindi la terza cosa: non facendo pesca a mosca mi sono perso un sacco di posti fantastici, che funzionano meglio delle Duracell per le mie batterie esaurite, e che da soli basterebbero a rendere la giornata perfetta.

Secca o ninfa? Noi scegliamo entrambe.

L’eterna diatriba

Alt! Arrivati a questo punto del racconto so che diventerò antipatico al 70% per cento dei lettori che sono rimasti.

Nel titolo ho scritto “Prima volta a MOSCA”. Inteso come “Pesca a mosca”.

Ma: ho in mano una canna da ninfa da 10 piedi, nel mulinello del nylon, e Simone mi sta costruendo un trave con 3 braccioli, delle mosche con le testine, e dei piombini.

Ecco, qui i puristi abbandoneranno. Mi diranno: “Non è mosca, è pesca a ninfa! La vera mosca di fa con la secca”.

Liberi di pensarla come volete, ma io sono qui per pescare, e il mio maestro Simone dice che si fa così.

Che poi, pensandoci bene, perché creare sempre muri e divisioni? Sempre pesca è. Che l’esca saltelli sul fondo o sia a galla imitando un imenottero appena nato, che cosa cambia?

Io credo che uno dei grossi limiti della mosca verso i principianti, e verso chi si vuole avvicinare o anche solo prova interesse e poi fugge, sia proprio questa divisione.

Non è la difficoltà nel lancio ad allontanare i neofiti: è quest’idea che solo la pesca a secca sia mosca.

Io invece penso che la mosca sia bella proprio perché è un percorso.

La secca è una sorta di nirvana della mosca: ci arrivi quando padroneggi il mezzo, il gesto, l’ambiente, la cultura stessa della mosca.

Prima, però, devi siringartela dentro, la pesca a mosca. E puoi farlo solo se da questa pesca trai soddisfazioni. Se prendi pesci.

E prenderli a secca è difficile, molto più difficile che a ninfa.

E’ per questo che in mano, adesso, ho una lunga lenza che devo far correre lungo un correntone.

Simone mi dice che dovrò sentire le mosche saltellare lungo il fondale, e anche che ne perderò diverse perché questo tipo di pesca si fa così.

Mi fa vedere un paio di “passate” e poi se ne va a pescare.

Adesso sono solo. Neanche un orso a farmi compagnia.

La pesca a mosca ha un ritmo tutto suo, piacevolemente musicale.

E’ tutto nuovo

La sensazione di essere impedito è seconda solo a quella di sentirmi un pagliaccio prima, mentre camminavo per strada coi waders.

E’ tutto stramaledettamente nuovo, qui.

Nello spinning devi lanciare velocemente e recuperare, sì devi essere preciso, ma finisce lì. Nel carp fishing devi sparare a 100 metri o fare strasilenzio per pescare sottoriva.

Se peschi a galleggiante, lanci e aspetti, devi essere solo concentrato.

Ma nella mosca, nella ninfa, chiamatela come volete, che cavolo si deve fare?

Faccio quello che farebbero tutti in preda all’adrenalina, e provo a caso. Lancio, ma viene male.

Rilancio, ma la ninfa in fondo si incastra con quella in mezzo. Rilancio ancora, va tutto sul fondo, e poi incaglio. “Ma è davvero questa roba qui la pesca a mosca?”. La sensazione è la stessa di stare nel traffico: vorresti schiacciare sull’acceleratore ma non puoi.

Allora, siccome a 40 anni una certa esperienza con le persone ce l’ho, faccio la cosa giusta: mi metto ad osservare.

Osservo quello che fa Simone e mi faccio una mappa mentale dei movimenti. Conto i secondi tra un movimento e l’altro, cerco di cogliere i segnali degli occhi per capire cosa sta guardando o sentendo.

E’ poco lontano da me, ma lo vedo abbastanza bene per capirci qualcosa. La cosa che mi intriga di più è capire come legge il fiume. Perché fa scendere le ninfe lì, e poi le tira fuori nell’altro punto.

Fa passate lente, segue un ritmo quasi musicale. Non è il rock di una pescata spinning, e nemmeno la lenta musica new age del carp fishing. Sembra quasi un fluido jazz con pause e uptempo. Profumo di New Orleans.

Recuperare per la prima volta con un combo da mosca è molto difficile. Ma la sensazione è unica!

E vai di coup!

Secondo me è la passata giusta…”.

Simone è dietro di me, una presenza rassicurante ma soprattutto fondamentale per riassettare la mia ennesima montatura lasciata sul fondo.

E poi capite l’impensabile.

To-ton. “C’è!”.

Se non hai mai combattuto un pesce con una canna da mosca, non puoi capire. E’ Viagra.

Non lo capivo nemmeno io fino a quando quel pesce ha tirato quella testata. La canna si è piegata tutta, la punta è andata in acqua.

Ha risalito la corrente, tipo squalo attaccato all’esca. Poi, il salto. “Noooo, il salto!”.

Ma che pesce hai preso?!”. Simone ha scelto come sempre le parole giuste per farmi stare tranquillo.

Perché non è come la canna con il mulinello classico. Nella mosca il mulinello è in una posizione assurda, ed è assurdo in sé il mulinello da mosca.

Istintivamente ti viene da recuperare, ma ti incarti, perdi la manetta, senti la frizione che cede filo, il nylon e poi la coda che escono.

Ti rendi conto che non sei concentrato sul pesce, come dovresti essere, ma sull’attrezzatura che non sai padroneggiare.

In quel momento imparo un’altra lezione: il combo da mosca è come una chitarra. Per saperla usare davvero devi suonarci, suonarci, suonarci. E, soprattutto, la canna da mosca è la “tua” canna da mosca.

Non è come per le canne di altre tecniche: devi entrare in simbiosi con la canna e col mulo, e pensare di farlo al primo combattimento è impensabile.

Fortuna vuole che il tanto auspicato coup de cùl si materializza in un pesce stramaledettamente bello nel guadino.

Simone sembra più contento di me. Io sono sbigottito. Non capisco più una beneamata mazza.

Sono partito da casa con l’idea di staccare dal lavoro e provare qualcosa di nuovo, e invece eccomi qui con qualcosa di molto di più.

Nel guadino c’è una marmorata.

Mar-mo-ra-ta.

Va sopra i 50.

Un pesce così è il sogno di tutti i moschisti. Ho avuto fortuna, ma la fortuna aiuta gli audaci, no?

Sulla Luna

Ma il vero motivo che mi ha spinto a scrivere questo articolo è lo stesso che, tra pochi minuti, mi farà affondare nel letto per risvegliarmi non so quando.

Non sono mai stato sulla Luna ma secondo me, se Neil Armstrong pescasse a mosca, vi direbbe che guadare un fiume con i waders è la cosa più simile alla passeggiata sul satellite della Terra.

Io dico la verità: quando ho visto il fiume così gonfio, e Simone che vi si è infilato nel mezzo, ho detto: “Questo è pazzo”.

E ho pensato anche che Simone ci va quasi tutte le settimane da solo, a fare sta roba qui. Matto davvero!

Perché, fondamentalmente, non hai controllo di nulla una volta in acqua.

Gli scarponi da waders chiodati aiutano, è vero, ma non più di tanto. Non ti trasformano nell’Uomo Ragno che scala i grattacieli.

La salopette stessa fa vela, si gonfia con la corrente, diventa pesante. Il tuo peso, se non raddoppia, quasi.

Ma, soprattutto, nell’acqua limpida del fiume ti sembra di vedere tutto, ma brutalmente poi ti accorgi che non vedi niente.

Anche se hai i – fondamentali – occhiali polarizzati.

Sassi che sembrano piccoli risultano quasi impossibili da scavalcare. Non vedi le buche create dalla corrente. Non vedi i flussi di fluido più forti che ti fanno volare via.

In tutto questo, devi gestire una canna lunga almeno 3 metri con 3 ninfe che si allacciano al fusto, al filo, tra di loro. E sai che addosso hai anche telefono, chiavi della macchina e documenti.

Insomma, l’impatto è stato comicamente devastante. Ma per fortuna c’è l’adrenalina!

L’adrenalina è quella cosa che ti fa vedere il correntone dove Simone sta calando la lenza.

Devo arrivare lì, mi dico”. Passo dopo passo, ce la faccio, e sono contento. Ma è solo quando devo tornare indietro, a sera, ad adrenalina abbondantemente consumata, che si presenta il dramma.

Quasi non riesco a muovermi!

Alzo la gamba, e il piede viene trascinato via dalla corrente. “Ma il fiume si è alzato, Simo?”. “Eh, mi sa di sì”. Rassicurante sempre, il ragazzo!

Provo a strisciare i piedi, ma faccio un metro in 15 minuti. Paura? Non ancora ma quasi. Più che altro penso ancora a Simone che fa tutta questa roba qui da solo.

Cerco di concentrarmi, quindi mi rimetto a guardare il maestro che ha preso un po’ di abbrivio. Vedo che ballonzola nella corrente. Salta, e si sposta. Salta, e si sposta.  La cosa mi fa ridere, se non fosse che capisco di dover fare lo stesso per tornare a casa.

Ed è qui che mi sento davvero Neil Armstrong. Nella testa sento “boing boing” a ogni salto, sono veramente un Gabibbo vestito color kaki. Ma ho l’acqua a metà coscia quindi sto andando alla grande verso la salvezza.

E poi… “*%&$££&”&!/&!”!££$”.

Uno dei dolori più acuti della mia vita mi fa perdere qualsiasi velleità di santità.

La canna scivola via con la corrente, ma con un lembo di lucidità riesco ad afferrarla al volo.

Mi sono rotto qualcosa”. Sotto il ginocchio. Pulsa pulsa pulsa.

Mi trascino a riva e mi siedo sul primo masso, vorrei strapparmi i waders di dosso ma non posso. L’acqua è congelata.

Alzo lo sguardo e non vedo Simone. O meglio, vedo solo una parte di lui. E ride. E’ finito in ammollo, dentro con tutti i waders, e si sta rialzando in un punto in cui la corrente è più clemente.

Ride come i bambini felici, ma non capisco se la sua è una paresi da freddo, oppure ha visto tutta la scena del mio “allunaggio morbido”.

Ps. Qui lezioncina sulla sicurezza: MAI dimenticarsi la cintura da applicare ai waders, è un “salvavita” indispensabile qualora si finisse in acqua!

Stare in piedi è la prima cosa a cui pensi quando infili i waders per la prima volta. E non è facile rimanere concentrati!

Non te la levi di dosso

Al livido che ho sulla tibia mancano solo gli occhi. Poi potrebbe essere un perfetto cartone animato che mi esce dal corpo e mi ricorda quanto sono scemo.

Però, cavolo, quanto sono felice. Stravolto, ma felice.

Perché quella roba lì della mosca mi è entrata dentro. Mi è tornata la voglia di pescare, di andare là fuori a spaccare il mondo.

E’ un voglia diversa da quella di prima, perché è molto più “romantica”.

Il carp fishing mi appassiona perché posso pescare i pescioni e posso stare con gli amici, ridere e scherzare.

La mosca mi ha preso perché mi ha fatto ritrovare me stesso, il Fabrizio curioso ed esploratore. Non ci sono in ballo i pescioni ma un nuovo mondo da scoprire ed esplorare. Proprio come la Luna per gli astronauti.

E, siccome rileggendo il testo mi sono accorto di essere stato troppo sdolcinato, sul finale, faccio una chiusura alla Prose-style.

Vivere la pesca come (e con) Simone mi ha insegnato che la mosca non è (solo) una roba per vecchi. Non è (solo) una roba per ricchi. Non è (solo) decine di ore di isolamento volontario per la costruzione di imitazioni di insetto.

Tutt’altro. La pesca a mosca è una roba cool, che va solo spiegata in un certo modo.

Trovati un maestro, e vai.

Credo non tornerai indietro…

 

In tutte le cose è necessario avere buoni maestri. Simone è un maestro di pesca e anche di stile: è l’unico che sa essere stiloso anche camminando nei waders!

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